Stop allo smart working

Confesercenti di Torino e provincia chiede al Governatore del Piemonte e alla Sindaca di Torino di bloccare lo smart working. L’articolo la chiama “emergenza pausa pranzo”, che forse fa il paio con quanto dichiarato dal Sindaco di Milano sempre sulla questione.

Ironizzare su Confesercenti e i suoi iscritti è sbagliato e irrispettoso: perdere o azzerare gli introiti di colpo è drammatico. Chiedere limiti o blocchi a soluzioni che usano gli stessi clienti è autolesionista. Il bar che vive di pause pranzo, chiede di complicare le attività dei suoi stessi clienti per salvarsi. L’amministratore che accoglie questa richiesta agisce come una sorta di conte feudale che esercita il potere decidendo la vita o la morte sui sudditi/elettori. Il sistema è però così complesso che deve armonizzare tantissimi fattori, principalmente il costo dello spazio.

Provo a delineare due ambiti che i dati immobiliari e logistici ci dicono da almeno un paio d’anni.

Immobili: i costi dello spazio

Il mercato degli uffici è in stallo da anni, mentre quello dei negozi è in caduta libera. Prima si diceva della crisi del 2008, poi dei centri commerciali, poi dei BnB che escludevano servizi dai centri città. Il punto è che i costi degli spazi è rimasto sempre alto e l’accesso ai servizi sempre più basso. A Milano è dal 2016 che c’è Amazon Fresh Food e nel frattempo si è organizzata anche Esselunga; negli orari di pausa pranzo in zona Centrale è pieno di rider che consegnano e i bar forniscono cibo agli occasionali. Se un’azienda spende denaro per gli spazi, tanto vale ottimizzarli per massimizzare la spesa: non solo il lavoro, ma anche la convivialità tra i dipendenti. Di contro i proprietari dei “muri” dei bar dicono «nella zona del mio locale ci sono un sacco di uffici, allora alzo l’affitto perché avrà tanto giro». L’esercente quindi è tra due fuochi, la contrazione dei clienti e l’aumento delle spese. Questo però non è a causa del lockdown, ma esisteva da prima. Infatti molti bar si organizzavano con le consegne offrendo un servizio più “familiare” rispetto ai grandi player, ricorrendo per le consegne ai vari Foodora e Deliveroo.

Logistica: i costi della movimentazione

Lo smart working ha ridotto i movimenti delle persone, o almeno di molte categorie. Chi non si è mai fermato sono stati i Rider. Inevitabilmente si sono potenziati i servizi di consegna, e per molti è stata un’attivazione da zero. Ora l’esperienza di accesso e acquisto avviene via digitale, tagliando il valore offerto dal contatto personale e dai locali. Vero, ma i costi dello spazio avevano già ridotto il valore dell’offerta perché i negozi per far fronte ai costi alti e alla riduzione dei clienti, avevano già tagliato sulla qualità dei prodotti e sui servizi. Purtroppo il lockdown ha evidenziato che la qualità dei prodotti è migliore da chi nasce digitale, semplicemente perché ha già operato un orientamento delle spese. Per chi invece ha operato uno spostamento dal locale alle consegne, ha dovuto fare una scelta: ridurre i costi affidandosi ai servizi per la consegna o gestire le consegne in autonomia?

La relazione è il valore

Nel mio piccolo ho parecchi casi di esercizi che usando le consegne in autonomia hanno salvato le proprie attività. Tutti questi esercizi hanno locali in zone periferiche, quindi con costi di affitto più bassi e meno vincoli per il parcheggio e la circolazione dei mezzi propri. Soprattutto però hanno spostato il valore della relazione con lo spazio - il negozio, l’azienda agricola, il ristorante - sulla consegna mantenendo il valore della relazione con la persona. Questo ha permesso di migliorare il servizio di consegna e ridurre le spese, diversificando gli orari, introducendo sistemi di pagamenti diversi come Satispay o Paypal, preparando i prodotti e selezionando le categorie.

Ma i dati dove sono?

Qui viene la mia parte. I vari esercenti si sono accorti che ricordarsi a mente tutte le varie personalizzazioni quando hai un negozio è facile, ma con il primo contatto basato sul digitale è più difficile. Molti si sono basati su Whatsapp (cucù… stanno per arrivare le transazioni), altri sul sito web, ma quando dovranno confrontare quei dati con i bilanci avranno bisogno quanto meno di un foglio di calcolo, il brutale excel, che gli permetta di creare delle query per scoprire i valori correlati e impostare il piano annuale.

Cosa possono fare le associazioni di categoria

È su questo che le categorie dovrebbero lavorare: sull’aiutare i propri associati a estrarre quei dati, aggregarli e presentare richieste di agevolazioni al decisore politico e pubblico. Il mestiere di lobbing è difficile, ma se lo si fa senza dati è solo un’attività mirata alla conservazione, lasciando spazi ad altri soggetti che si prendono tutte le posizioni senza nemmeno faticare. Per informazione chiedere ai giornali o ai cocchieri.

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