Compiti e istruzione

Ci si lamenta che i ragazzi abbiano troppi compiti ma è che i genitori si sono accorti di non saperli fare. Fin dalle elementari discutevo sui compiti a casa. Gli insegnanti chiedevano un supporto dai genitori e io ero contrario. Nella classe c’erano molti genitori stranieri che venivano alle riunioni di classe con i figli maggiori per farsi tradurre. Io sostenevo che affidarsi ai genitori avrebbe aumentato il divario tra ragazzi, perché non tutti avrebbero avuto supporto. Ma non solo quelli con genitori stranieri, ma in generale perché gli indici di analfabetismo di ritorno, dimostravano che probabilmente le mamme e i papà non erano in grado di fare dei banali problemi di matematica o comprendere un testo scritto.

Con le lezioni a distanza molti lamentano l’eccessivo carico di compiti. Non è vero. È vero purtroppo che lo svolgimento impegna molto più tempo perché i genitori non sono capaci di aiutare i figli con gli eventuali dubbi. Dubbi legati a testi scolastici con errori nei problemi di matematica e geometria, con testi confusi e attività che non stimolano la logica ma l’apprendimento per automatismo.

Aumenta così il divario tra chi ha genitori formati e aggiornati e chi non ha strumenti per supportare le domande o le proteste dei figli. Non serve piazzarli davanti a Piero e Alberto Angela o bombardarli di Barbero. Se non si sa di cosa parlano e non si riesce a riportarli in un contesto di utilità, i ragazzi troveranno sempre più utile e comfortante la piattezza informativa dei Me contro te. Gli Youtuber fanno intrattenimento, in cui il messaggio informativo è mirato all’interesse pratico e veloce. Se un ragazzo vuole imparare a fare lo slime, o se vuole imparare a giocare a Sims4 o LoL o WoW, i tutorial sono immediati, diretti e configurati su un interesse specifico. L’esatto contrario del modello pedagogico e scolastico.

I compiti sono un dovere che non ha aderenza con il loro vissuto informativo, mentre gli Youtuber rispondono ad un bisogno (lo slime o il game sono trasferiti con dinamiche a challenge). Per questo i genitori dovrebbero essere in grado di trasferire la fatica degli esercizi, consegnati dai professori, nelle loro esigenze immediate e future. I compiti sono i tutorial della conoscenza.

Il problema è il modello e l’avversione, particolarmente italiana, per una competizione con sé stessi. Mentre in altri paesi lo sport viene usato come formazione all’autodisciplina e alla fatica, qui i giochi - anche quelli da tavolo - sono usati pochissimo sia nelle scuole che in famiglia. Le regole e la capacità di applicare le informazioni al contesto risultano una cosa distante e inutile, soprattutto quelle che parevano inutili tempo prima. Siamo ancora avvolti dal modello gentiliano di Maestro-allievo e dal pregiudizio crociano che elevava la poesia sulla téchne, che incide ancora oggi sulla sottovalutazione del sapere tecnico rispetto a quello umanistico.

I ragazzi oggi sono intrisi di conoscenza derivata dagli how to che li porta ad approfondire la teoria in un secondo momento, e solo quando è finalizzata al superamento di una challenge. I reality sono strutturati sul modello a sfide e a costruzione di una narrazione, mentre i programmi scolastici e i compiti sono astratti da un percorso formativo chiaro, che contestualizzi la necessità di sapere perché è utile sapere di Costantino o di Gianni Rodari o delle magie chimiche fatte con le terre dai pittori rinascimentali.

Ci vuole pazienza. Stiamo assistendo alla nascita di un diverso sistema e modello di conoscenza. Il passato in Italia si vede nell’incapacità di usare i dati come challenge per i propri pregiudizi, e non come strumenti di confirmation bias. Ci vorrà tempo. Nel frattempo i dolori del parto sono tutti a carico degli insegnati e degli studenti, in balia della disorganizzazione e della buona volontà individuale.

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